Arcade Story giorno sei – the project

Ciao amici di  CommodoreBlog dopo l’ultima esperienza Harry cerca di focalizzarsi su quello che lui definisce the project. Il rischio di impazzire è dietro l’angolo.

The project

Tic.. Tic.. Tic.. Apro pigramente un occhio. Tic… Tic.. La testa mi sembra una boccia di pietra da tanto che è pesante. Cerco di mettere a fuoco intorno a me. Il soffitto, bianco come una nuvola. Realizzo di essere in una stanza, cosa mai successa nel mio peregrinare in Cava del Sol. L’orologio di Star Wars è l’unico rumore che sento. Tic.. Tic.. Mi siedo. Sfrego gli occhi con le mani, per meglio vedermi intorno. Il calendario appeso alla parete segna Novembre, 2018. The project procede.

Ricordi stampati in mente

Ho un ricordo stampato in mente. I miei genitori, che non ci sono più da anni. E Lucius. Quel mocciosetto che mi mette spesso in guardia. Ma ora sono qui, riconosco distintamente la stanza quasi asettica dai muri grigio chiaro, col tavolo e il portatile acceso. Mi alzo. Mi dirigo verso la porta socchiusa e passo oltre. Devo andare in bagno, è dritto davanti a me. Mi sento in uno stato di veglia forzata, sono sveglio ma non vorrei esserlo. Ma come mi ha detto più volte Lucius ogni tanto si deve fare un reset, si deve spegnere per un attimo il cabinato sennò la memoria si incasina.

L’ordine nel caos, the project

Esco dal bagno e vado in cucina, un ambiente semplice. Un tavolo di legno in mezzo alla stanza, davanti ad esso un angolo cottura e un frigo. In quel preciso istante realizzo di avere una fame incredibile. Apro il frigo e noto con stupore che c’è una discreta scorta di viveri al suo interno. Sopra di esso una confezione di pane da sandwich. La scelta pare obbligata per placare la fame. Accompagno il tutto con una birra. Mi siedo e cerco di ragionare. Vedo sul tavolo un posacenere colmo di mozziconi, ne sento nitidamente l’odore acre, ma non vedo pacchetti di sigarette a portata di mano. Beh poco male, non ho voglia di mettermi ad aprire cassetti per cercarle.

Uscire per resettare la mente

Fuori il tempo è uggioso, il cielo pare una coltre di piombo dal quale scende una fine pioggia. Devo prendere una boccata d’aria, decido di uscire. Mi vesto con quello che trovo su una sedia, va più che bene. Mi metto su un paio di scarpe da ginnastica e scendo le scale del condominio. Non ho una destinazione, decido perciò di girovagare così, dove mi portano le gambe. Aveva ragione Lucius, mi stavo incasidando il cervello.

The project, il disagio

Sento una sorta di disagio nel camminare in mezzo a questi zombie. Non mi vengono altre parole. Mi rendo conto che sono l’unico, a parte qualche anziano che sta andando al mercato, a non avere in mano uno smartphone. Grandissimi attrezzi figli del progresso e della tecnologia. Ma ora hanno loro il controllo sulle nostre vite, non noi su loro. Rido. Mi viene in mente Skynet di Cameroniana memoria. Terminator negli anni 80 ci aveva messi all’erta ma noi abbiamo visto in quel futuro qualcosa di esagerato, del resto era solo un film.

Una popolazione di schiavi

Ma chissà, pian piano ci stiamo arrivando. Quasi tutti sono chini, non guardano dove stanno andando. Dicono che si voglia mettere degli avvisatori acustici ai semafori, perché le persone non guardano. E se un giorno la tecnologia, una volta resoci schiavi, decidesse di liberarsi di noi? L’auto a guida autonoma è dietro l’angolo. Se il grande cervello elettronico globale decidesse di non emettere il suono che avvisa che è rosso e al tempo stesso le auto con guida autonoma di livello 5, senza un umano in abitacolo, avesse l’input di non frenare?

L’uomo gioca a fare Dio

E questo è solo l’inizio, una piccola prefazione a tutto ciò che stiamo creando. L’uomo, nella sua evoluzione, ha avuto la fortuna di poter espandere la sua intelligenza. Ma il suo Ego ad elevarsi al rango divinità lo sta portando a creare un’intelligenza artificiale che un giorno sarà in grado di comprendersi. E da quel momento, dall’istante in cui si farà la prima domanda, sarà in gradi di progredire, di evolversi.

The project, una strada diversa

Sono immerso in questi catastrofici pensieri, mi rendo conto che anche io fino a qualche mese fa ero esattamente così. Ma nessuno mi ha chiesto di scegliere tra la pillola rossa e la pillola blu. Diciamo che la mia fortuna è stata la mia curiosità verso certe tecniche “astratte” per sondare la psiche, per interagire con essa. E che mi sto fottendo il cervello con the project. Me ne sto accorgendo, Lucius non aveva sbagliato una sola parola.

Chi è Lucius in the project?

Mi fermo, mi blocco in mezzo al marciapiede. Una domanda mi assale: ma chi è Lucius Wagner? So che fa parte di qualcosa che sto conoscendo da pochissimo ma che crea una dipendenza che la morfina in confronto è niente. Mi rendo conto in questo istante della verità. Ora, momento in cui sto provando a rigenerarmi i neuroni, non vedo l’ora di tornare in quell’abisso.

Il fine ultimo di tutto

Il fine ultimo di tutto sono due parole che fossero ancora aperti i manicomi mi regalerebbero un biglietto di sola andata per essi. Due parole che riassumono lo scopo ultimo a cui si dovrebbe elevare l’essere umano. Il viaggio astrale. Del resto il corpo umano è solo un contenitore, è lo spirito la chiave, l’energia universale. I miei pensieri vengono messi nel taschino quando mi accorgo di passare a fianco ad una saracinesca che ricordo molto bene.

Il passato nel presente

E’ la serranda del negozio di videogames e computer in cui andavo da bambino. Il negozio è chiuso, non c’è più ma per me è come fosse sempre li. Potranno metterci l’ennesimo negozio di alcolici gestito da peruviani ma per me quello resterà il mio negozio dei videogiochi.
Frugo nelle tasche del giubbotto di Jeans e trovo sigarette e accendino. Ora si, ci vuole. Mi piazzo dall’altro lato del marciapiede e ne accendo una mentre guardo con occhi commossi quelle due vetrine. Sono vuote ma i miei occhi vedono sempre i due scaffali in legno con esposte da una parte i giochi del momento con le loro scatole fantastiche e nell’altra i computer in bella mostra.

Ricordi che riaffiorano

I ricordi si susseguono incalzanti ma uno su tutti domina. Era il 30 marzo del 1989, lo ricordo bene perché era il mio compleanno. Dopo tanto racimolare di soldi alle 14 del pomeriggio ero partito alla volta del negozio in questione per comperarmi il regalo: Ikari Warriors per Commodore 64. Il negozio apriva alle 15 se ricordo bene o forse anche 15,30. Pioveva. Pioveva tanto, dopo due mesi veramente asciutti. Ma non me ne fregava niente. Con addosso il mio giubbino di Jeans, le scarpe da ginnastica alte e il cappellino in testa non avrei temuto nemmeno il diluvio universale.

L’attesa, ciò che ci faceva sentire vivi

Ricordo come fosse oggi quell’ora di attesa. A guardare una per una quelle confezioni di cartone colorate esposte in vetrina. Tutti i giochi parevano più belli con quel vestito addosso. Certi erano in box a tiratura limitata con dentro gadgets vari e l’immancabile poster che sarebbe finito dritto sul muro di camera mia. E l’attesa faceva aumentare il valore di quell’oggetto. Attese di mesi per mettere via i soldi, attesa per poterci mettere le mani sopra. Un originale ogni tanto me lo concedevo. Era un gesto quasi sacro aprire quelle confezioni, estrarre il libretto e sfogliarlo durante il lungo caricamento da cassetta.

The project. Voglia di tornare

Torno in me, la sigaretta è finita da un pezzo ma una gran voglia mi è rimasta, ovvero quella di giocare ad Ikari Warriors. Adoravo quel gioco. Dannatamente difficile, da solo praticamente impossibile. Ma bastava passare a suonare al citofono dell’inseparabile Adriano per avere un amico pronto per fare un doppio. Decido di continuare la mia passeggiata per tornare a casa, the project mi aspetta. Giro l’angolo e non posso evitare di vedere una piccola vetrina, è li da sempre.

Luoghi dimenticati

Un tempo si chiamava Sala Giochi Las Vegas. Era una delle sale giochi di zona ed era sicuramente la più malfamata. L’unica certezza che avevi entrandoci era quella che ne saresti uscito alleggerito, derubato o degli occhiali da sole o del walkman. E magari con qualche livido visto che i soldi in tasca erano le mille lire per cinque gettoni. Al suo posto oggi c’è una sala slot, l’involuzione della specie. Passo dopo passo arrivo al portone di casa.

La concentrazione che richiede the project

Apro e salgo. Entro e tolgo gli abiti umidi di pioggia in favore di una tuta. Calma, che fretta hai? Respira. Cerca di focalizzare, sono più i problemi per ora! Se fino ad oggi ho avuto una gran fortuna a bruciare le tappe ciò non vuol dire che sarà sempre così. Il primo problema da risolvere è che quando sono di la non ho idea di come sia di qua. Ho dei ricordi, so che nel futuro presente si vive in un certo modo ma non riesco a rapportarlo con il presente passato.

Il dubbio stesso è un test

A volte mi chiedo se sto sognando o no, se sto viaggiando o no. Già solo questo fatto mi deve fare riflettere sulla debolezza della mia mente: il dubbio è alla fine un test di realtà. Devo provare ad osare di più, correndo i rischi del caso. Vado al portatile, mi siedo. Sto facendo di tutto per cacciare via ogni sorta di pensiero, so che quello che sto facendo ora quando partirà il viaggio non lo ricorderò. Ecco qui, mouse alla mano faccio partire la colonna sonora che mi prepara al grande salto: lo sciabordio del mare.

La preparazione al the project

Vorrei tentare un’esperienza M.I.L.D. ma ora non ho il tempo necessario per farla come si deve. Soprattutto non la ho mai fatta perciò la rimando a una delle prossime volte. Pigio il pulsante sinistro del mouse e in lontananza, come per incanto, sento l’infrangersi delle onde sulla battigia. Mi alzo e lentamente mi dirigo verso il letto. Mi sdraio. Oggi è più difficile, lo sento nitidamente. Era un bel po’ di tempo che non staccavo la mente. Ma forse è il modo migliore per salire di livello, proprio come in un videogame. E quale modo migliore per cercare un trait d’union tra questo mondo e l’altro se non la mia passione di una vita, i videogiochi.

The project. Back again

Qui tutto torna, di la non so mai dove sono, che devo fare e perché. Ma col tempo tutto diverrà più facile. Chiudo gli occhi. Respira. Piano. Tic… Tic… Tic… Pensa. Era bellissimo il cabinato di Ikari Warriors. Lo riesco a ricordare, con quelle grafiche colorate a fianco dello schermo messo in verticale. I soldi! Diavolo, i soldi per giocare li ho presi? Che scemo che sono. Potrei averli senza prenderli.. di la.. Tic… Tic… Tic… Pensa, non dormire. Prima pensa. La testa, è un macigno. Gli occhi, li sento sprofondare in essa, ma è come fossero immersi in un liquido. Il mare. Tic.. Tic… il rumore delle onde..
Bene amici lettori. La storia del nostro Harry prosegue e si tinge sempre più di mistero. Ora vi saluto e vi consiglio qualche lettura.
Michele Novarina

Michele Novarina

Mic, tre lettere come negli highscore di una volta. Appassionato di videogames dagli albori degli anni 80.

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